Torso di satiro (statua/ busto)

Satiro, Roma, SECOLI/ II prima metà

Il busto apparteneva probabilmente a una figura di satiro, in cui la rilavorazione della testa pone alcune difficoltà nel riconoscimento delle parti originali. È evidente un successivo intervento scultoreo mirato a porre in risalto i contrasti tra le superfici levigate del volto e del busto e quelle mosse della capigliatura scomposta e della barba. Rimane visibile, nella parte sinistra del capo, la corona di foglie d'edera che cingeva in origine la testa, attributo dionisiaco del satiro. La critica ottocentesca vi notò una “movenza agitata con espressione di dolore", da riferire all'atteggiamento ebbro del personaggio, appartenente del corteo dionisiaco. La testa è girata in alto verso destra; si caratterizza per i tratti fisionomici fortemente contratti, sottolineati dalle folte sopracciglia, dalle rughe sulla fronte e dall'atteggia mento della bocca dischiusa, con gli angoli rivolti verso il basso. Le orecchie ferine completano la fisionomia satiresca. Tale caratterizzazione espressiva del volto tramanda l'esperienza figurativa ellenistica degli artisti operanti a Pergamo. Si conserva parte del torso, fratturato sotto i pettorali e parti delle braccia. Rispetto al braccio destro, evidentemente sollevato, la critica ha avvicinato la scultura alle figure di satiri danzanti di tradizione ellenistica o anche a una figura di centauro. In un manoscritto del 1789 la scultura viene descritta come un “torso di Fauno barbato in marmo bigio similissimo al mediceo ma più piccolo", paragonandola al satiro del gruppo dell'invito alla danza della collezione Medici agli Uffizi. Un effetto metallico è simulato dall’utilizzo del marmo grigio e dalla tecnica a intarsio per gli occhi, inseriti in marmo bianco, dove è perduta l'iride forse in pasta vitrea o pietra dura. Il marmo proveniente da Afrodisia conferma la datazione in età adrianea della scultura, realizzata forse per una committenza romana, similmente ai centauri da villa Adriana ora ai Musei Capitolini, firmati dagli scultori Aristeas e Papias. Ricordata nella collezione Ludovisi già dal 1641 come “Torso e petto di un Fauno vecchio di marmo bigio” e anche "busto di Fauno fatto con una pietra egiziana estremamente dura", la scultura - acquisita insieme a tutta la collezione nel 1901 e in seguito considerata dispersa, è stata recuperata in epoca recente e collocata come coronamento dell'urna cineraria e dell'ara con Iscrizione del cardinale Cesarini, riproponendo cosi la disposizione di questi reperti nella Galleria Ludovisi curata alla fine del secolo scorso da Carlo Ludovico Visconti

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