Busto con testa ritratto di Gallieno (statua/ busto)

Gallieno, Roma, SECOLI/ III terzo quarto

Il ritratto raffigura un giovane uomo dall’espressione intensa e risoluta. Il volto allungato mostra sopracciglia lievemente aggrottate e due sottili rughe verticali alla radice del naso, occhi grandi con pupille ben delineate e lo sguardo rivolto verso destra e un po’ in alto; la bocca piccola con labbra piene è circondata da baffi, mentre una barba corta ben curata si allunga sul collo. La capigliatura è articolata in ciocche morbide e una corta frangia, spartita nel mezzo con forcella; la plasticità della chioma prosegue fin sulla nuca. Il busto, da ritenere pertinente, è tagliato sotto i pettorali: presenta una corazza rivestita da un ampio e sontuoso mantello militare (paludamentum) frangiato, fermato da una borchia rotonda ornata da un motivo floreale. L’opera si può confrontare, per i caratteri iconografici, per lo stile studiatamente retrospettivo e classicistico, in particolare con un ritratto del Louvre, che si ritiene costituisca un anello di congiunzione fra i ritratti del II e quelli del III tipo dell'imperatore Gallieno (253-268 d. C.). Si potrebbe quindi collocare il ritratto negli anni intorno al 260 d.C. L’opera risulta acquistata nel 1901 insieme alla restante parte della collezione Ludovisi; il 10 gennaio 1902 fu portato nel Museo delle Terme e dotato dell’inv. 8633. Le stime di prezzo dell’epoca indicano che non era tra gli esemplari più considerati della raccolta. Il ritratto fu consegnato nel 1920, a titolo di deposito, dal direttore del Musco Roberto Paribeni al soprintendente alle Gallerie e Musei Medioevali di Roma Federico Hermanin, insieme con il torso di satiro in marmo bigio (inv. 8578), per decorare la nuova residenza ufficiale del capo dell'Amministrazione delle Antichità e Belle Arti a Palazzo Venezia. Trasferito a palazzo Barberini in un momento imprecisato e in circostanze finora non chiarite da documenti, è stato riconosciuto da Alessandra Di Croce, grazie al disegno di J. Riepenhausen (1840), in un deposito di palazzo Barberini

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