Navigazione con barche a vela latina e al terzo
La tecnica. La vela latina ha forma triangolare, con il lato superiore chiamato antennale inferito a una lunga antenna che lavora normalmente inclinata a circa 45°. La maggior parte della vela si sviluppa dietro l’albero che, per questo, si trova leggermente decentrato a prua. Si manovra con una sola scotta, legata alla bugna, cioè l’angolo posteriore della vela. Le altre manovre correnti sono le oste, legate una sopravvento e una sottovento nella parte alta dell’antenna verso poppa, che servono quando necessario a sventare la parte alta della vela per contrastare le raffiche violente. Altre manovre servono a controllare il carro, cioè l’estremità anteriore dell’antenna, che dev’essere trattenuto saldamente in punta verso prua contrastando le forti spinte che, facendo perno sul punto di fissaggio tra albero e antenna (trozza), tenderebbero a spostarlo di lato e a sollevarlo verso l’alto: queste manovre sono il caricabasso, che lavora sull’asse longitudinale dello scafo; e l’orza e la poggia, altri due paranchi che lavorano trattenendo il carro in senso trasversale, scambiandosi il nome secondo il bordo in cui si naviga (diventa orza quella sopravvento e poggia quella sottovento). La struttura dell’antenna è differenziata: mentre la parte inferiore, il carro, è massiccia, quella superiore, la penna, è invece sottile ed elastica, in modo da potersi flettere e scaricare la vela dalle raffiche improvvise di vento, comuni nella navigazione mediterranea sotto costa. Poiché l’antenna è appoggiata all’albero su un lato, la vela latina possiede un’andatura alla buona, nella quale la vela è sottovento all’albero e dunque può prendere la forma più adatta, e una a ridosso nella quale vi si trova appoggiata e la sua forma viene dunque alterata, come avviene anche nella vela al terzo. L’albero appoggia la sua base nella scassa, realizzata nella chiglia della barca, ed è fissato alla sommità dalle sartie fisse e dalle sartie volanti, mentre la vela è issata con una drizza. La vela al terzo ha forma di trapezio scaleno, come una vela latina alla quale sia stata tagliata via la parte anteriore del triangolo; è sorretta da un pennone in alto (di sopravia) e uno in basso (di sottovia), con quello superiore sospeso all’albero circa a un terzo della lunghezza (da qui il nome). Il pennone superiore è issato mediante una drizza sull’albero insieme alla trozza, quello inferiore è assicurato in coperta con un caricabasso che fa assumere alla vela la corretta posizione. La vela è manovrata rispetto al vento con due scotte (una per lato) fissate al pennone di sottovia; di quest’ultimo può essere anche alzata la parte posteriore con un amantiglio in modo da sventare la vela e farle perdere potenza. Sia la vela latina che quella al terzo possono essere regolate per le varie andature della barca rispetto al vento: se questo proviene dalla parte posteriore della barca (in poppa e al lasco) la vela è mantenuta molto aperta; via via che si vuole stringere il vento, tramite le scotte la vela viene avvicinata sempre di più all’asse longitudinale della barca sino ad allinearsi a essa. Mentre si allontana dall’andatura di poppa, la vela sviluppa sempre più le sue capacità aerodinamiche, che possono essere ulteriormente migliorate grazie ad alcuni accorgimenti nei quali si manifesta la perizia dei naviganti: ad es. rendere la vela più magra (cioè più piatta) con il vento forte, o più grassa con il vento debole. Per cambiare le mura, cioè il lato sul quale la vela riceve il vento, si può virare in prua, portando la barca spinta dalla sua velocità residua (abbrivio) verso la direzione da cui spira il vento sino ad oltrepassarla e portarsi col vento dall’altro lato; oppure virare in poppa (impropriamente strambare) facendo girare il vento dietro la barca: una modalità più rischiosa con vento forte, perché la vela, se non trattenuta, può spostarsi bruscamente sbilanciando la barca o colpendo le persone a bordo. In caso di vento troppo forte sia la vela latina che quella al terzo, con modalità diverse, possono essere ridotte di superficie (prendere i terzaroli), consentendo così di continuare a navigare in sicurezza. Sia nella vela latina che in quella al terzo l’attrezzatura velica può essere completata con una piccola vela triangolare armata a prua su un buttafuori (fiocco o polaccone). La nomenclatura della vela latina e al terzo valica i confini delle lingue nazionali, utilizzando parole molto simili tra loro che provengono dalla lingua franca secolare dei naviganti del Mediterraneo. Ad esempio calcese (testa d’albero) è di origine greca (karchésion), passa al latino carchesium, e si diffonde in tutte le lingue, come lo spagnolo calcés / calcéz / garcéz e addirittura il russo e derivati (kaltseze); poggia (manovra corrente della vela latina) viene dal veneziano poza / pozal e trova corrispondenti in tutto il Mediterraneo, ad es. nel provenzale poge; ugualmente ribola / rigora (barra del timone), di origine veneziana e poi diffusa nei dialetti tra la Romagna e le Marche e sulla costa croata. Vale la pena ricordare che la vela latina ha avuto un praticante illustre in Leonardo da Vinci, che a partire da alcune esperienze di navigazione ne ha annotato le principali parti, manovre e andature in alcuni disegni del Codice Madrid II. Le manovre descritte, insieme alle altre che si svolgono a bordo, sono significativamente differenti, anche se analoghe in senso generale, rispetto a quelle usate sulle barche a vela da diporto e da regata che possiedono una attrezzatura velica di più moderna concezione, e costituiscono pertanto la parte più significativa, insieme alle altre competenze marinaresche necessarie a bordo, delle pratiche apprese e tramandate. Le barche. Vela latina e vela al terzo hanno equipaggiato soprattutto barche di piccole e medie dimensioni, che grazie alla varietà degli ambienti naturali e degli utilizzi, si sono evolute in una molteplicità di tipologie, la gran parte delle quali è oggi scomparsa: restano vive però quelle dell’ultimo periodo, rappresentate da un numero significativo di esemplari (originali restaurati e alcune ricostruzioni filologiche) utilizzati dalle comunità dei praticanti. In Italia per la vela latina il tipo di barca predominante per numero di esemplari è senz’altro il gozzo nelle sue varianti geografiche o la lancia a poppa quadra, alle quale si aggiungono alcuni leudi e altre barche di maggiori dimensioni, come i battelli di Carloforte , le feluche sorrentine o i navicelli toscani; nella vela al terzo le tipologie comprendono sia barche più piccole con una sola vela (la lancia romagnola e la lancetta marchigiana, la battana, il topo), sia quelle più grandi con due vele (il lancione, il bragozzo, il trabaccolo). Le dimensioni delle barche variano dai 5 metri o meno di un piccolo gozzo sino agli oltre 12 di un trabaccolo o di un leudo. Gli elementi materiali di valore demoetnoantropologico Le barche tradizionali a vela latina e al terzo possiedono elementi che non hanno un significato tecnico/costruttivo, ma solo valenza demoetnoantropologica: il più evidente è quello degli “occhi” a prua, che ritroviamo sulle barche tradizionali in Mediterraneo come in altri mare ed epoche, ad esprimere il bisogno di umanizzare la barca e insieme di farle “vedere” la rotta e i pericoli; ma vi sono analoghe decorazioni apotropaiche della prua e dello scafo che caratterizzano le barche di tutto il Mediterraneo. Inoltre, mentre la vela latina normalmente non viene tinta o lo è in modo uniforme e senza decorazioni, al contrario la vela al terzo viene tinta subito dopo la sua confezione utilizzando i colori ocra delle terre e seguendo schemi tipici (es. pennacchi, galloni, strisce, etc.), con un successivo fissaggio nell’acqua salata del mare secondo un rituale che richiama quello del battesimo. La vela colorata è poi contrassegnata con sigle o simboli di varia natura (quelli più arcaici come la croce, il disco solare, il cuore; quelli elementari come le iniziali del proprietario o disegni che ne richiamano il soprannome; o più elaborate decorazioni) allo scopo di rendere identificabile la barca a distanza. Questa pratica ha dato vita ad una vera e propria araldica popolare marinaresca, analoga quella praticata dalle casate nobiliari, che viene a tutt’oggi mantenuta viva dai praticanti odierni con i propri simboli se appartengono a famiglie marinare, oppure utilizzandone altri ricavati da attuali iconografie popolari. All’eredità immateriale della navigazione con vela latina e al terzo sono connesse altre articolazioni del patrimonio immaterialete, tra le quali ad esempio: la costruzione tradizionale delle barche in legno; il sapere pratico della navigazione e della previsione meteorologica; la pesca svolta con tecniche tradizionali; i rituali e gli usi apotropaici; le feste tradizionali marittime; l’ampio patrimonio folclorico del mare; gli usi gastronomici del pesce
- OGGETTO Navigazione con barche a vela latina e al terzo
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CLASSIFICAZIONE
SAPERI
TECNICHE
- NOTIZIE STORICO CRITICHE La navigazione con vela latina e vela al terzo è stata praticata nel Mediterraneo per secoli sino all’avvento della propulsione a motore. La vela latina nasce dall’adattamento della vela quadra utilizzata nell’antichità, che viene ridotta e messa di taglio per stringere meglio il vento assumendo una forma trapezoidale o triangolare: una trasformazione di cui si hanno testimonianze iconografiche tra VI e VII secolo d.C. soprattutto nel Mediterraneo orientale e in particolare nella zona di Alessandria, dove avviene l’incontro tra due tradizioni nautiche sviluppatesi indipendentemente, una nel Mediterraneo e una nell’Oceano Indiano, che risale attraverso il Mar Rosso. La vela latina si diffonde ampiamente in età medievale, perché rappresenta un efficace adattamento alla complessa orografia del Mediterraneo e ai suoi venti variabili, equipaggiando sia le barche di piccole e medie dimensioni, sia le navi più grandi come la galea e alcune navi veloci usate soprattutto dai corsari. La vela al terzo, tipica dell’alto e del medio Adriatico, nasce invece più tardi, tra XVII e il XVIII secolo, dall’incontro che avviene nella laguna di Venezia - naturale punto di contatto tra le tradizioni delle acque interne e quelle marittime - tra la vela latina mediterranea e la vela quadra padana, di origine antica ma ancora diffusa in quel tempo in fiumi e laghi. La vela al terzo si afferma in modo esclusivo sulle barche tradizionali del mare Adriatico centro-settentrionale, che comprende in un’area ristretta importanti città marittime, come Venezia, Chioggia, Trieste, Fiume, Ancona, insieme a porti più piccoli, ma molto attivi, sulle coste della Romagna, Marche, Istria e golfo del Quarnaro. Il confine tra l’area della vela latina e quello della vela al terzo è sulla costa italiana tra le Marche e l’Abruzzo, e sulla costa dalmata in corrispondenza di Zara, con un passaggio graduale che dà origine a forme miste. La vela latina e la vela al terzo, pur nelle differenze materiali e culturali (la vela al terzo ha forma e manovre diverse, e peculiari caratteristiche demoantropologiche, come la tintura e il contrassegno delle vele con simboli distintivi) vanno tuttavia considerate un unicum inscindibile in quanto articolazioni parallele della comune eredità materiale e immateriale della navigazione tradizionale a vela nel Mediterraneo. Mentre il naviglio maggiore completa il passaggio alla propulsione a motore entro i primi decenni del Novecento, la vela latina e la vela al terzo restano in uso ancora sino alle soglie del secondo conflitto mondiale nella marineria “minore” della pesca e del piccolo trasporto di cabotaggio; solo nel secondo dopoguerra, infatti, l’avvento di motori più piccoli, l’evluzione delle costruzioni navali, nuovi assetti sociali ed economici provocano la rapida sparizione della vela anche in queste barche, insieme alla cultura materiale e immateriale a essa correlata. Si deve a pochissime persone, consapevoli dell’imminente pericolo di perdere questo importante patrimonio etnoantropologico, l’avere trascritto le testimonianze, salvato e restaurato alcune barche, ma soprattutto l’avere promosso la continuazione della pratica della navigazione con vele tradizionali. Dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso iniziano le prime esperienze di recupero e trasmissione della navigazione con vela latina e vela al terzo: vengono coinvolti i marinai che la praticavano in gioventù, trascrivendo le loro testimonianze e soprattutto rimettendole in pratica, mentre parallelamente accade la stessa cosa per le tecniche della costruzione, della veleria e decorazione. È determinante l’azione svolta dal Museo della Marineria di Cesenatico (nato da un convegno svolto nel 1977), che oltre a recuperare e restaurare barche tradizionali per la loro esposizione statica galleggiante, ne mantiene naviganti alcune proprio allo scopo di salvaguardare e trasmettere il patrimonio immateriale della vela al terzo. Da allora, e soprattutto negli ultimi due decenni, anche sulle coste italiane sono cresciuti i gruppi e i soggetti che agiscono, soprattutto sul versante della pratica e della trasmissione delle conoscenze, per salvaguardare questa importante eredità culturale
- TIPOLOGIA SCHEDA Beni demoetnoantropologici immateriali
- LUOGO DI RILEVAMENTO Cesenatico (FC) - Emilia Romagna , ITALIA
- ALTRA OCCASIONE si
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AUTORE DELLA FOTOGRAFIA
Diane di Ilaria Scarpa e Luca Telleschi
Urbano Sintoni
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0800687702
- ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini
- ENTE SCHEDATORE Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini
- DATA DI COMPILAZIONE 2021
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DOCUMENTAZIONE ALLEGATA
relazione di ricerca (1)
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0