soggetto assente (bacino, elemento d'insieme) - ambito mediorientale (XIX-XX)
bacino
Bacino in metallo con intarsi dorati. Contiene una riproduzione di un cocomero dello stesso materiale. La composizione è con ogni probabilità uno scopo esclusivamente ornamentale
- OGGETTO bacino
- AMBITO CULTURALE Ambito Mediorientale
- LOCALIZZAZIONE Castello di Racconigi
- INDIRIZZO Via Francesco Morosini, 3, Racconigi (CN)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE Nella definizione “arte islamica” rientrano tutti i lavori artistici prodotti nel mondo islamico indicativamente dal VII secolo d.C. alla caduta dell’impero Ottomano. Ad unire tutte le esperienze storiche comprese in quest’arco di tempo è l’adesione delle popolazioni interessate alla cultura islamica, armonica e riconoscibile, ma anche molto varia e ricca di tradizioni locali. La metallurgia è tra le pratiche più caratteristiche e l’impiego di recipienti, piatti, utensili di uso quotidiano e opere d’arte in bronzo, rame o ottone, era molto diffusa nelle società islamiche. Gli artigiani metallurghi, in particolare coloro che si occupavano delle incisioni, avendo bisogno di pochi attrezzi facilmente trasportabili, viaggiavano per soddisfare le richieste dei ricchi committenti, diffondendo così motivi e tecniche per tutto il mondo islamico. Quest’ultima, insieme all’estensione del commercio di tali artefatti, è una delle principali ragioni per cui è spesso molto difficile tracciare l’origine di uno specifico esemplare. Il cocomero è storicamente associato alla cultura turca-ottomana. Un gruppo nomade originario della Turchia, conosciuto con il nome di Göktürk, introdusse infatti questo frutto in Cina nel VII secolo d.C., per poi esportarlo in tutta l’Asia occidentale. Nel XIX secolo la coltivazione del cocomero si diffuse anche nei paesi del bacino del Mediterraneo, mantenendo la sua associazione simbolica con il popolo turco. Nonostante questo legame storico non è possibile attribuire con certezza la provenienza della presente opera all’ambito turco-ottomano, poiché, data la grande diffusione del frutto in tutto il Medio Oriente, il cocomero è rappresentato frequentemente nelle opere d’arte di tutto il mondo islamico. Sin dall’inizio dell’era del colonialismo moderno, nel XVI secolo, viaggiatori ed esploratori dimostrarono interesse nel raccogliere e collezionare oggetti prodotti nei paesi che visitavano. Destinati inizialmente ad essere esposti nelle Wunderkammer, nelle quali personaggi facoltosi dell’alta società europea mettevano in mostra le “artificialia” prodotte da popoli lontani, divennero poi oggetto di studio da parte degli etnografi. Che fosse per studio o per diletto i collezionisti erano interessati ai cosiddetti “curiosa”, artefatti particolari il cui uso era ignoto agli europei e che venivano quindi percepiti come frutti di un ingegno esotico, ma anche agli oggetti di uso quotidiano, a quelli rituali e religiosi, e alle armi. Considerati testimonianze della vita di popolazioni “primitive” e di uno stadio dello sviluppo umano antecedente a quello moderno, tali artefatti erano preziose fonti di informazioni per gli studiosi e interessanti suppellettili esotiche per i ricchi collezionisti. Ben presto si sviluppò un florido mercato per tali oggetti, prodotti talvolta appositamente per essere venduti agli stranieri e in molti altri casi creati originariamente dalle popolazioni locali per il proprio consumo e poi acquistati dai visitatori di passaggio. Nati per l’uso quotidiano e divenuti articoli da collezione, i manufatti delle popolazioni lontane compirono un passaggio simbolico attraverso il quale guadagnarono lo status di oggetti pregiati, degni di essere donati a persone di spicco in occasioni importanti. Non è stato possibile trovare informazioni puntuali sulle circostanze di arrivo dell’opera in Italia. Si segnalano però tre delegazioni straniere che potrebbero aver portato il bacino in Piemonte come dono diplomatico: le missioni ottomane del 1904 (Corriere della Sera n.227 p.3) e del 1910 a Torino (Corriere della Sera n.139 p.5) e la missione persiana in visita a Racconigi nel 1911 (Corriere della Sera n.222, p.4). L'opera appartiene a un corpus di oggetti extra-europei ricevuti in omaggio dai membri della famiglia reale di Savoia durante i loro viaggi, o offerti da delegazioni diplomatiche in visita in Italia. La consolidata tradizione di scambiarsi doni diplomatici tra monarchi, autorità religiose e capi di Stato è attestata sin dai tempi dell’antico Egitto e tutt’oggi risponde allo scopo di favorire, assicurare e mantenere buoni rapporti tra le parti. I doni, che assumono un valore, oltre che monetario, anche spiccatamente simbolico, sono spesso scelti in quanto rappresentanti l’essenza della Nazione o dell'istituzione che li offre. Si tratta infatti sovente di opere di artigianato, esempi di abilità manifatturiera, beni di lusso e artefatti di importanza storica realizzati con materiali locali. Attraverso l’esibizione di tali doni i dignitari promuovono la propria cultura e la propria patria ai livelli più alti delle pubbliche relazioni
- TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0100450861
- NUMERO D'INVENTARIO R 9289/2
- DATA DI COMPILAZIONE 2022
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0