Dama con liocorno
scultura
Montanini Martino (attribuito)
1505-1562
Scultura di fontana in marmo bianco, costituita da un a pannello ad altorilievo raffigurante una dama con liocorno. Scolpita nel 1551 nella bottega di Giovanni Angelo Montorsoli da Martino Montanini con la supervisione del maestro
- OGGETTO scultura
- AMBITO CULTURALE Ambito Toscano
-
ATTRIBUZIONI
Montorsoli Giovanni Angelo (attribuito): scultore
Montanini Martino (attribuito)
- LOCALIZZAZIONE museo pubblico
- INDIRIZZO Viale della Libertà, 465, Messina (ME)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE Il pannello marmoreo ad altorilievo raffigurante una vergine con Liocorno, come si evince dal foro sottostante era parte di una fontana. L’acqua, che fuoriusciva da un tubo di diametro di 6 cm., proveniva dalla sorgente Boccetta e si riversava in un’apposita vasca che fungeva anche da lavatoio ed abbeveratoio. L’opera è menzionata dallo storico messinese Bonfiglio (1606) che cita i nomi dei senatori committenti e la data 1551 di collocazione. La fontana era fiancheggiata da brevi rampe con gradini ed era ubicata nella Via San Paolo (oggi Rampa Operaia), addossata al muro del magazzino del monastero di Monte Vergine, fondato dalla Santa Eustochia dove visse e morì. Lo storico Susinno (1724) suggerisce che la tematica della verginità, evidenziata dall’iconografia, sia stata sviluppata per connessione con il monastero abitato dalle suore dell'ordine Francescano. Non essendo in presenza di documenti che ne attestino la paternità, nell'arco dei secoli le fonti bibliografiche e le critiche attributive non sono state sempre concordi. L'assegnazione a Rinaldo Bonanno da parte di alcuni storici e studiosi è incongruente poiché la data di nascita risale al 1545 a Raccuia e pertanto lo scultore avrebbe avuto 6 anni nel 1551. E’ più pertinente l’attribuzione del Vasari a Giovanni Angelo Montorsoli, giunto a Messina nel 1547 insieme al nipote e suo allievo Martino Montanini, il quale collaborò a tutti i lavori affidati al maestro fiorentino sino alla sua partenza nel 1557. Gli successe nel 1559 nell'incarico di capomastro del Duomo e rimase a Messina sino al 1561. Il volto consunto della dama sebbene non consenta una chiara indagine stilistica, lascia comunque intravedere alcuni segni che permettono di effettuare dei confronti stilistici. L’occhio appare molto aperto con la palpebra superiore accentuata, l’iride è scavato dentro una sclera alquanto ricurva. Caratteristica del Montorsoli è sovente una evidente convessità della zona oculare, a volte senza l’incavo dell’iride e della pupilla come nel pannello con la Trinità del museo Regionale di Messina, risultando l’espressione distaccata ma al contempo molto vigorosa. Il tocco scultoreo di Martino Montanini pur mantenendo nella trattazione espressiva lo spessore marcato di alcune parti dell’occhio secondo le caratteristiche del maestro, inserisce un accento più realistico. La linea dell’allievo è più fluida rispetto alla rigida possente struttura figurativa dello zio. Il volto nell’impostazione ricorda quello delle Naiadi della fontana d’Orione a cui lo stesso Montanini lavorò nella importante commissione affidata dal senato civico al Montorsoli ed ultimata nel 1553. Inoltre l’impostazione della figura per l’eleganza delle vesti e l’acconciatura, per l’ovale viso ricorda la Santa Caterina di Alessandria del Duomo di Forza d’Agrò. Pertanto in base alle indagini stilistiche si potrebbe ricondurre l’esecuzione dell’opera alla bottega montorsoliana considerando tra gli autori Martino Montanini con la supervisione del maestro. L’opera presumibilmente era arricchita da una originaria doratura come si rileva da residui di bolo rossastro sul manto, sulla cornucopia e sulla cornice emersi durante il restauro del 1984. La scultura manifesta un evidente significato allegorico, alquanto complesso per i simboli raffigurati che svelano doti di castità e purezza rappresentati dal liocorno e la vergine e dalla cornucopia con i gigli e camelie. Il corno dell’animale mitologico era considerato oltremodo pregiato e dotato di poteri sovrannaturali quale emblema di sovranità, forza, fecondità e spiritualità. Al contempo era anche inteso segno di prosperità, perché se capovolto la sua forma a calice produceva ricchezze come la cornucopia. Pertanto il liocorno oltre ad essere metafora della verginità, della purezza e della castità era anche simbolo della fierezza, dello spirito indomito, della nobiltà d'animo, della lealtà e di ogni altra virtù virile. Fa riflettere dunque la commistione della raffigurazione femminile sia in veste di allegoria della castità, cui rimanda la presenza dell’unicorno, sia in quella dell’abbondanza per la simbologia della cornucopia. Per tali motivi si può formulare una ipotesi di identificazione dell’immagine muliebre, riconducendola alla personificazione della lealtà. Il linguaggio classicista del Montorsoli ampiamente manifesto nelle sue opere sia attraverso l’aspetto formale che concettuale, troverebbe una possibile espressione nella rappresentazione della Fides, la più antica virtù onorata a Roma in sembianze di una dea. Conosciuta come Fides Publica e Fides Publica Populi Romani, era la dea della lealtà e della fedeltà. I giuramenti fatti in suo nome erano considerati i più inviolabili tra tutti. Soprattutto erano considerati un impegno morale del cittadino, civile o militare, verso l’ordinamento sia gerarchico che legislativo della città patria di Roma. Il fulcro della società romana era la Fides che unificava ambito privato e pubblico essendo ritenuta una dote innata del civis romano. Pertanto la fontana per il beneficio che arrecava era dunque il mezzo attraverso cui i senatori che la fecero costruire, imprimendo i loro nomi su di una targa, stabilirono con la cittadinanza messinese un patto di reciproca fiducia, di buon governo con lealtà, con purezza d’animo e abbondanza di opere pubbliche
- TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 1900382931
- DATA DI COMPILAZIONE 2024
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0